Non si finisce mai
di imparare

MACHINE LEARNING
La guida autonoma? L’essenza del machine learning.
“L’intelligenza artificiale è inferiore

alla nostra intelligenza?”

Spike Jonze – Regista
Quella delle App è una tecnologia che è entrata prepotentemente a far parte della vita di ciascuno di noi
Il Machine Learning (ML) è un sottoinsieme dell’intelligenza artificiale (AI) che si occupa di creare sistemi che apprendono o migliorano le performance in base ai dati che utilizzano.
Attualmente, il machine learning è utilizzato ovunque. Quando interagiamo con le banche, acquistiamo online o utilizziamo i social media, vengono utilizzati gli algoritmi di machine learning per rendere la nostra esperienza efficiente, facile e sicura.

Sappiamo ormai tutti che è troppo facile avere idee e che il difficile è realizzarle. Ma avere l’idea giusta è un buon punto di partenza.

Per capire cosa sia l’idea giusta bisogna chiedersi: cosa c’è già di simile sul mercato? Quale problema risolve? Lo risolve in maniera nuova? Le regole sono quelle di qualsiasi lancio di prodotto. Nel caso delle app bisogna pensare a tutto il ciclo dopo la vendita: una volta scaricata perché l’utente vorrà continuare ad usarla? Occorre immedesimarsi nel processo decisionale dell’utente che passa attraverso diverse fasi: percezione del bisogno, ricerca d’informazioni, valutazione delle alternative, decisione di acquisto e comportamento post-acquisto.

Scegliere il modello di business per rendere economicamente sostenibile l’idea è un altro passaggio fondamentale. Secondo Michele Ferraro il 90% dei ricavi del mercato va al 10% delle app. Si possono scegliere tre strade per guadagnare: fare una app a pagamento, fare una app gratuita con advertising, fare una app gratuita con acquisti in app (abbonamento o una tantum). Se la terza via è quella economicamente più strategica, non va dimenticato che la funzione di raccolta dati resta il metodo più redditizio, se ci si sa muovere nel mercato delle ricerche di mercato. Non va tralasciata la possibilità di creare app legate a prodotti fisici, quindi come estensioni del servizio che l’oggetto offre.

Secondo Ferraro durante la fase di sviluppo occorre assicurarsi che ci siano tutti gli elementi che rendono una app efficace: integrazione con i social network, notifiche push, geolocalizzazione, valutazioni e recensioni. Il vero segreto del successo, però, è che la app sia leggera e che il download sia immediato, per evitare quello che le neuroscienze chiamano web stress, cioè il passaggio improvviso e non programmato da attività beta (più energizzanti e legati alla velocità) a attività alfa (più lente e adatte alla meditazione). Più semplicemente: la noia crea stress e iniziare con una brutta esperienza non è il modo migliore di creare engagement.

La relazione con l’utente avviene attraverso l’interfaccia (di design o vocale) e si sviluppa nei percorsi cognitivi che mette in atto.

Come dice il neuroscienziato Antonio Damasio occorre ricordare che siamo macchine emotive dotate di pensiero, quindi il nostro cervello attiva segnali inconsci legati a stimoli sensoriali, spesso in collegamento crossmediale fra loro.

Secondo Lucia Carriero, ricercatrice di Neuroset, lo studio del pattern di esplorazione visiva attraverso l’Eye tracker ha evidenziato come non solo sia indispensabile il pulsante back (l’utente non deve sentirsi in gabbia), ma come sia meglio posizionarlo in alto a sinistra: questo perché in occidente siamo abituati a leggere da sinistra a destra, dall’alto verso il basso, quindi l’occhio cerca lì il suo primo punto di contatto. I colori dei pulsanti devono essere ben distinti per funzione, evitando sfumature di colore da un pulsante all’altro; la forma dev’essere preferibilmente tondeggiante o dare l’effetto di tridimensionalità, in modo da stimolare l’idea della manipolazione e quindi la corteccia laterale premotoria del nostro cervello, che fa poi compiere l’azione. In poche parole: ottimizzare la User Experience, ricordando che il cervello è un sistema complesso.

Se si vuole essere distribuiti, occorre sapere le regole del distributore e adeguarsi. Le linee guida di Apple e Google offrono sia spunti di design generici sia spunti specifici della piattaforma.

Tra gli spunti generici troviamo regole sulla dimensione e la leggibilità dei testi, sulla dimensione minima delle aree sensibili al tocco e sul posizionamento ideale di alcuni elementi delle interfacce.

Gli spunti specifici invece sono fondamentali per creare un’interfaccia tale che gli utenti si trovino in un ambiente familiare e percepiscano l’app come se facesse naturalmente parte del loro dispositivo.

Una app, per quanto perfetta in termini di sviluppo, è un prodotto che deve raggiungere il bisogno dell’utente passando per il desiderio.

Per emergere fra le tante proposte e meritarsi magari un posticino nella classifica degli store, serve una comunicazione chiara dell’identità del prodotto: a cosa serve, a chi è principalmente rivolta, quali valori sposa (informazione, divertimento, sostenibilità etc.). Per questo l’attività di naming è fondamentale: in una o due parole si devono sintetizzare l’utilità e lo stile della app. Il logo dev’essere coerente al nome e dare informazioni immediate.

Un grafico, la simulazione dell’azione, immagini in relazione fra loro aiutano a comprendere velocemente il contenuto. Bisogna insomma dare al cervello un assaggio dell’esperienza, rispettando il fatto che ha dei pregiudizi e un bagaglio di immagini che gli semplificano la scelta.

Per arrivare sulle features di Apple e Android e rendere esponenziali i download bisogna far parlare di sé e conquistare autorevolezza.

Comunicati stampa, pubbliche relazioni con i blog di settore, influencer marketing (anche se lo strumento è poco chiaro e si rischiano gaffes o posizioni ambigue) e social network: serve un’attività continua, che a volte può essere molto frustrante, soprattutto se ci si improvvisa e si fa confusione fra visibilità e reputazione.